ali per volare avendo dimenticato come fare, ali troppo corte per chi vola già alto, ali certe volte poco usate ma sempre Ali e tu pollo niente potrai senza loro nulla vale.
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mercoledì 10 gennaio 2018

Attraverso il Ghetto

L'uomo guardò in alto, la strada che mancava non era molta ma si sentiva stanco di continuare a salire o forse si sentiva stanco e basta. Stanco di vivere questa vita non sua, stanco di vivere con orecchie tese e occhi aperti per portare a casa la pelle, stanco di sentire che il suo fisico subiva lo scorrere del tempo e rendeva più difficile ogni giornata.
Finora era stata semplice, conosceva la direzione, conosceva diversi modi per riconoscere le tracce, era solo questione di tempo.
Mancavano pochi metri alla sommità quando decise di sedersi a recuperare un po' di fiato, stava sudando, era uno che sudava molto quando faceva attività fisica e oggi era una giornata calda e umida di quelle che ti aspetteresti in una jungla esotica non in città. Il sole però rimaneva riparato da un alto edificio diroccato e lo stesso crinale gli offriva copertura per una piacevole sosta all'ombra.
Cercò nelle tasche della camicia e trovò una barretta energetica, una di quelle composizione chimiche che bastavano per tutto il giorno e a volte anche per quello dopo. Mentre ne masticava un pezzo si chiedeva perché le avevano prodotte con gusti dolciastri, dal cioccolato alle fragole per non parlare di quell'orribile gusto detto Nettare di Luna che andava tanto tra i ragazzini. Come se una persona non potesse gradire gusti salati o anche amari. Una barretta al whiskey, perché non ne facevano qualcuna per gli adulti.
Si sollevò degli ultimi metri che mancavano e dopo un ultimo passo raddrizzò la schiena per ergersi e ammirare il panorama.
Il Ghetto. Una fila di palazzi, case e edifici in cui perdere la vista e di cui non era possibile distinguere dove finiva una e dove iniziava l'altro. I materiali di costruzione e i colori lasciavano intuire che molti di loro erano stati costruiti o aggiustati in periodi diversi.
Un bel posto dove nascondersi, un posto in cui era facile morire, un posto non diverso da molti altri in cui era stato. Anche da qui in alto riusciva a sentirne l'odore caratteristico, acre e fastidioso, un miscuglio di plastica liquefatta, benzina, escrementi e altro che non rendeva sicuramente piacevole respirare.
Le persone che vivevano in quel posto da questa distanza erano poco più grandi di formiche, maschere di sicurezza se ne vedevano proprio poche.
Entrare nel Ghetto non sarebbe stato un problema, semmai poteva diventarlo uscirne, sicuramente lo sarebbe stato trovarla.
Meno di un'ora dopo aveva raggiunto il punto che stava osservando. Era una terrazza pù o meno quadrata, ricavata da un piano di un palazzo in cui era crollato il tetto e i piani superiori, qui si radunavano le persone senza speranza, quelli troppo vecchi o malati per poter fare qualsiasi cosa gli promettesse di mangiare almeno a giorni alterni. Si sedevano qui, aspettando la fine o la fortuna di qualche elemosina per continuare la lenta agonia. L'odore qui era veramente forte, marciume, rifiuti e morte si mescolavano in un unico disgustoso e pungente fastidio. Avrebbe potuto usare la maschera che aveva nello zaino ma aveva gli occhi di gran parte dei presenti puntati addosso. Estrarla poteva essere una tentazione a farsi derubare e un modo per far risaltare la diversità da loro.
Si fece forte dei pezzi di tecnologia bellica che gli spuntavano dalle fondine, cartucciere, e qualche altro asso nella manica nello zaino o nascosto tra i vestiti.
Una moltitudine di voci si accavallavano, vedeva gli accattoni prostrarsi al suo passaggio in attesa di qualche gesto generoso, contò almeno tre volte delle persone che parlavano loschi indicandolo o guardandolo fingendo indifferenza.
Oltre il parapetto del palazzo c'era un ponte di corda e legno che conduceva a quello successivo, e delle corde scendevano in piani più bassi. Proseguì.

Si ritrovò in un mercato in cui le merci che venivano vendute erano parte di rottami, spazzatura di ogni genere, metalli con forme indefinite parti di qualcosa di cui si era perso l'utilizzo. Gli alimenti erano pochi, per lo più sintetici e allungati dagli spacciatori, le bevande a parte l'acqua che era contaminata, erano frutto di distillazione clandestina, anche se nel Ghetto quella parola non aveva significato, gran parte della legalità non aveva significato, i corpi del Governo controllavano il perimetro e se qualcuno voleva uscirne in direzione della città, intervenivano qui solo se quello che accadeva disturbava la quiete della città. L'ultima volta che i rifornimenti non erano stati lanciati per due settimane gli abitanti del Ghetto avevano creato un falò talmente grande, dal fumo nero chimico, che si vedeva ad almeno ottanta miglia di distanza.
L'esercito delle Calamità scortato da quello della Difesa arrivarono in meno di un'ora da quando fu acceso. Portarono via una decina di persone considerate rivoltose e consegnarono i rifornimenti doppi per tenere buoni gli altri.
Continuò a vagare mantenendo alta l'attenzione per individuare il suo bersaglio e per non essere colto alla sprovvista da chiunque fosse troppo audace in questa folla.
Attraversò altri mercati tra i più svariati, uno vendeva armi e fu quello a cui dedicò più attenzione.
Avevano armi vecchie, raccolte dai morti del Ghetto o dalle rovine delle battaglie del secolo precedente. C'erano delle bombe a frammentazione che erano note per la loro instabilità e se il venditore le avesse conosciute avrebbe evitato l'ossido sui contatti che creava un ponte sufficiente a farla esplodere anche senza rimuovere la sicura.
Osservò un visore che poteva diventare intensificatore di luce, rilevatore termico, binocolo con altimetria e coordinate. Era sempre stato un gingillo che gli piaceva ma non era qui per fare compere.
Una bambina gli si era avvicinata
"Per favore Signore dammi un dollaro"
era così sporca da non poter essere sicuri del colore della sua pelle, i vestiti erano sgualciti e consunti e il colore tra marrone e verde non era quello originale, non era molto diversa da tutti gli altri bambini che vivevano nel ghetto...poveri più dei poveri, malati, reietti, emarginati.
L'uomo increspò la bocca contrariato per le condizioni della bambina e perché sapeva che un dollaro non avrebbe migliorato la sua vita.
Mentre ne tirava fuori uno di metallo da una tasca dei pantaloni la bambina si guardò in giro e questo fu sufficiente a farlo insospettire. Guardò rapidamente nella stessa direzione della bambina e anche se non riuscì a vedere nessun osservatore riuscì a vedere il movimento di qualcuno che si stava nascondendo dietro ad un telo che delimitava lo spazio di un banco di cianfrusaglie.
" Non aver paura Signore, chi stai cercando ti cerca a sua volta."
La bambina gli aveva preso il dollaro di mano e stava già saltellando via.
Poco tempo per agire, seguire la bambina, andare incontro a chi si nascondeva, defilarsi con indifferenza per osservare le loro mosse, gli sembravano tutte buone soluzioni. Scelse la più vicina, l'osservatore era a pochi metri nascosto dal telo, si avvicinò stringendo i pugni pronto ad essere attaccato e a reagire, nessuno sarebbe stato così folle da usare armi in mezzo al mercato si ripeteva per convincersi di non essersi esposto ad un rischio troppo grosso.
In un attimo si trovò ad afferrare una vecchia signora, malandata e decrepita che non faceva altro che chiedere elemosina, la pelle era rinsecchita, rugosa e lurida, da come era vestita di stracci e da come puzzava doveva vivere tra i reietti del Ghetto. Vecchi, storpi, chiunque avesse un qualsiasi handicap che non gli permetteva di lavorare o trovare il modo di sfamarsi finiva tra i bassifondi, malvisto e maltrattato da quelli che erano emarginati come loro ma con la fortuna di essere in salute e in forze. Era dunque questo il suo misterioso osservatore? Si maledì per la sua idiozia e lasciò andare la donna che aveva assunto un'espressione terrorizzata e piagnucolava come fosse abituata a prendere botte.
Si voltò e andò nella direzione in cui se ne era andata la bambina. La vecchia iniziò una sequenza di insulti contro la gioventù odierna e infine disse:
"Chi cerca trova, ma quello che trova non è sempre di suo gradimento...avresti preferito una giovane ad accoglierti?", la vecchia rise gracchiando e aggiunse con tono più confidenziale "Ora starebbe versando la sua lacrima."
Una doccia fredda, si bloccò non appena comprese che era stato osservato e valutato mentre non si era accorto di nulla. Non poteva essere un caso che la vecchia parlava di una giovane donna che avrebbe versato una lacrima. La persona che stava cercando si era fatta una certa reputazione sulla Rete con il nickname "Lacryma", si raccontava che era dovuto ad un tatuaggio vicino al suo occhio sinistro che la rappresentava. Altri più arditi sostenevano che se vedevi la sua lacrima stavi per morire.
Riprese il cammino senza nemmeno girarsi.
Passò quasi due ore mentre proseguiva tra un piano e l'altro, una passatoia sospesa tra due finestre di palazzi una volta separati, scale antincendio esterne e così via finché non arrivò al limite del Ghetto, il confine non ben definito dove finivano le case e cominciava la desolazione.
Almeno altre due volte ebbe l'impressione di essere seguito e osservato ma anche con tutti i sensi all'erta e i trucchi che conosceva non riuscì mai ad individuare nessuno.
*Merda, non pensavo che fosse brava a far perdere le tracce...o attraverso ancora questo schifo o ci vorranno settimane prima di essere ancora così vicino.*
Passò qualche momento pensando di chiamare TJ per farsi recuperare, tornare a casa, farsi un bagno nella vasca isolante e sbronzarsi fino a domani, ma era consapevole che se la stava raccontando, non se ne sarebbe andato senza di lei.
Dal pezzo di vetro sintetico che tirò fuori dalla tasca si illuminarono scritte e immagini colorate simili ad ologrammi racchiusi all'interno. L'orario diceva che era pomeriggio, le condizioni meteo dicevano caldo con una percentuale di umidità vicino al cento per cento ma erano cose che già sapeva e sentiva sulla pelle da quando era arrivato sul crinale avvicinandosi al Ghetto.
Aveva una serie di nove chiamate da parte di Cherry la segretaria dell'uomo che gli pagava i lavori. Un dirigente di una grossa compagnia che si occupava di sicurezza civile e informatica, ma aveva contatti e intrighi con tutte le maggiori società che dettavano le regole in città alta.
Fu attratto da una segnalazione del software che lo proteggeva da tentativi di intrusione, era abbastanza normale che qui sotto ci fosse sempre qualche Hacker in azione senza contare gli automi modificati che potevano forzare le connessioni a breve distanza con semplici segnali audio a bassa frequenza se non si era in grado di difendersi.
La segnalazione diceva "Warning: 1 untrusted connection blocked - File: 6U4ЯD@ |)!3†Я0 |)1 †3- freezed"
Era in giro da abbastanza anni per riconoscere l'antica scrittura degli Hacker che non era più moda da almeno un secolo. Veniva ancora usata nelle comunità di Net-criminali più radicate per scambiarsi messaggi in codice. Si era interessato a questo linguaggio quando ne aveva sentito parlare, come per molti altri aspetti della sua vasta ma superficiale conoscenza aveva approfondito l'argomento pensando che avesse potuto tornare utile poi l'aveva abbandonato senza venirne a capo.
La prima parola era comunque abbastanza facile e la decifrò immediatamente "GUARDA" sulla seconda si fermò di più *Guarda dentro di te...*
Tuffarsi in un lago congelato in cui è appena statofatto un buco nel ghiaccio è una sensazione che può avvicinarsi a quello che sentì in quel momento.
Un dolore all'altezza del rene destro, come un pizzicotto dato con una tenaglia. E freddo, tanto freddo, come trovarsi vestiti da spiaggia in una tormenta in alta montagna.
* un crioimmobilizzatore...bastardi*
Il suo corpo in un istante e dopo il tempo di un solo brivido si congelò a sufficienza da non permettergli nemmeno di stare in piedi, il suo smart-assistant di vetro sintetico cadde prima di lui rimbalzando un paio di volte.
Mentre vedeva il pavimento avvicinarsi al suo volto venne afferrato in qualche modo da qualcuno alle sue spalle, una mano gli afferrò i capelli per tenergli su la testa e sentì una voce parlare al suo orecchio.
" Così mi cercavi? Non sei molto bravo a trovare le persone. Sei fortunato che sono di buon umore oggi"
In quello stato era impossibile dare qualsiasi risposta, era già tanto mantenere lucidi i pensieri.
La voce era femminile anche se usava un distorsore per modificarla e sembrava divertita
"Ti avevo scritto Guarda dietro di te perché ti seguivo da dieci minuti, anche se ti ho individuato appena hai messo piede quaggiù"
 "ghhggh" ancora l'effetto dell'arma usata su di lui non gli permetteva di rispondere.
"Ed ora dovrò decidere che fine farai..." furono le ultime parole che sentì prima del buio.




giovedì 5 ottobre 2017

Chi sei?

Un breve capitolo, anche meno, censurato per il blog per ovvi motivi dal racconto complessivo...ma chi vorrà leggere tra le righe capirà.

Aprii gli occhi con poca voglia, la scarsa luce mi colpì comunque e li richiusi stringendoli di più.
Il viso dalla rilassatezza del sonno iniziò ad assumere smorfie. Il fastidio di essermi svegliata era pari al piacevole torpore lasciato dal sonno profondo.
Riaprii gli occhi e ritrovai il solito cielo, un arazzo che costituiva il baldacchino sotto cui dormivo ogni notte da più di quanto riuscivo a ricordare. Al risveglio trovavo sempre nei vari ricami qualche forma di animale o di viso distorto che da bambina immaginavo fosse qualche Spirito che voleva parlarmi.
Le braci nel caminetto avevano ancora il colore del tramonto ma non riuscivo a sentirne il calore anche se non avevo intenzione di muovermi per riattizzarle.
 Mi stirai allungando braccia e gambe e fu in quel momento che ebbi il lampo di un ricordo, un'immagine di qualcosa di vissuto o di sognato così rapida che non riuscii ad afferrarla, solo a rimanerne infastidita.
Mi allungai per tirare la maniglia di legno che era legata al filo appeso sul muro alla destra del letto e che proseguendo dopo una piccola carrucola raggiungeva una campanella che avrebbe richiamato l'attenzione di una delle serve. Un altro lampo nella mia testa mi diede una visione che durò meno di un secondo ma più lunga della precedente, vidi il mio braccio legato con una corda che tirava il polso. Scossi la testa per convincermi che mi ero immaginata tutto e con molto fastidio tirai tre volte il campanello.
<< Buongiorno Signorina Edena, avete dormito bene stanotte? La Dea dal manto stellato Vi ha concesso sogni gradevoli? >> era Melania la più adulta tra le giovani della servitù e la più educata, aveva una decina d'anni più di me, forse meno, e aveva sempre un modo di parlare adeguato che rendeva difficile trovare qualcosa da dire sul suo operato, stamattina poi sembrava anche più adulta.
<< Lo sai che dimentico spesso i sogni notturni, forse per questo continuo a farne ad occhi aperti. >>
La serva stava facendo riprendere il fuoco e subito dopo andò ad aprire tende e scuri per far entrare la luce del giorno.
<< Che ore sono? >>
<< Quasi mezzogiorno mia Signora. >>
<< Di un'altra giornata inutile. >> aggiunsi annoiata
<< Mia nonna diceva che il tempo non è mai inutile, è come lo spendiamo che gli da valore. >>
<< Tua nonna deve essere stata molto saggia ma non deve aver mai vissuto in attesa di diventare una nobildonna, nè doveva rispettare stupide regole di etichetta o vedere giovani imbranati che ti vengono proposti in matrimonio solo perché figli di qualcunno con cui tuo padre vuole mantenere rapporti di alleanza.>>
Melania emise un risolino, io una smorfia seccata, gettai le coperte in fondo al letto quando arrivò la terza visione, questa volta più di un lampo. Ero su quel letto ma senza vestiti, ogni mio arto era legato come nella visione precedente, ero sudata e terrorizzata anche se un attimo dopo ero ancora in camera con Melania al sicuro. Non potevo più ignorare quello che stava accadendo, non mi ero mai svegliata avendo visioni come quelle, non le avevo mai a dire il vero. Mi osservai i polsi e le caviglie per vedere se portavo dei segni ma non ne vidi, era stato sicuramente un sogno che mi stava tornando in mente in modo strano e intermittente.
Ora avevo caldo, soprattutto a stare sdraiata sentivo caldo dalle spalle al fondoschiena, mi stavo agitando per un sogno e mi sembrava molto infantile anche se non riuscivo a farne a meno.
Mi alzai e andai vicino alla bacinella di acqua, mi rinfrescai il viso per togliermi un po' di calore e mentre mi passavo le mani sugli occhi mi vidi bendata con le mani in avanti a cercare qualche appiglio, senza sapere chi c'era vicino a me ma certa che ci fosse qualcuno.
Da sotto la benda potevo vedere i miei piedi e la linea del mio corpo nudo e rigido dalla paura.
Aprii gli occhi ancora prima di asciugarli per ritornare alla realtà della mia stanza.
Se fossero state visioni e non un sogno probabilmente mi avrebbero mostrato il futuro. Allontanai il pensiero con tutte le forze.
Melania aveva portato in camera una teiera ancora calda con una tazza e dei biscotti oltre che una fetta di crostata con marmellata di pesche. Aveva aperto l'armadio chiedendo se doveva aiutarmi a vestirmi ma rifiutai con un gesto. Stava iniziando a dedicarsi al letto, il fuoco riattizzato con dei piccoli pezzi di legno iniziava a crepitare e a scaldare una parte della stanza.
Mi avvicinai allo specchio, un rettangolo messo in verticale che ad un metro di distanza mi permetteva di vedermi dalla testa alle ginocchia, immerso in una cornice dorata e lavorata che rappresentava un intrico di fiori e piante con foglie d'edera o di vite non era ben chiaro.
Mi aspettavo o forse speravo di trovarmi con il viso sbattuto ma niente il mio aspetto era quello di tutte le mattina normali, anzi mi venne spontaneo un sorriso accattivante ed ero abbastanza compiaciuta di quello che vedevo, mi sentivo una donna e non una ragazzina.
Rimasi lì in piedi per sfilarmi la camicia da notte, con le braccia la tirai verso l'alto e vissi un'altra visione, ero in lacrime con le mani unite e incatenate in alto, non riuscivo a vedere a cosa ero appesa.
I piedi toccavano il pavimento freddo sia nel sogno che nella realtà. La pelledoca che mi percorse era un'esclusiva della temperatura mattutina perché in ciò che la mia mente vedeva avevo molto caldo, il camino e i bracieri erano vivi e anche se non sentivo dolore ero sicura che la mia pelle bruciava, potevo sentire i colpi della frusta che aveva baciato la mia carne. Ero certa che non avrei potuto sdraiarmi per diverso tempo e nemmeno sedermi.
Ero ancora bloccata tra ciò che vedevo e ciò che vivevo quando un urlo trattenuto di Melania mi fece capire che qualcosa non andava.
Mi girai per trovarla inorridita e spaventata, mi indicava con un indice tremante e gli occhi sbarrati.
Se non fossi stata così sconvolta l'avrei fatta riprendere con due ceffoni anche se mio padre dice di non maltrattare la servitù.
<< Si...Signo...rina, la Vostra schiena.>>  è quello che farfugliò la domestica.
Mi girai verso lo specchio a guardare.
Cicatrici.
Arrestai il respiro senza saper decidere se gridare o piangere.
Un reticolo di linee per lo più orizzontali ricopriva la mia schiena, si intersecavano con casualità ma non erano segni di graffi o tagli erano cicatrici lasciate da una frusta.
Scelsi di gridare.
<< Sacri Dei come è possibile? Cosa è successo? Ieri non le avevo! >>
Lo dissi anche se ero consapevole che Melania non avrebbe avuto risposte anzi di lì a qualche minuto avrei dovuto preoccuparmi di farle mantenere il silenzio. Per mia fortuna era lei e non una delle domestiche più giovani che ne avrebbero parlato per tutto il giorno.
Non sentivo dolore, sembravano cicatrici che erano lì da tempo, anche più di un anno.
Continuavo a pensare cosa avrei potuto fare per farle andare via, a chi avrei potuto mostrarle per cercare una cura o una spiegazione.
<< Cosa può essere? Sarà una malattia? Una maledizione? >> avevo la voce che tremava di un misto tra paura e disperazione.
Nello specchio di fronte a me vidi come se il mondo attorno stesse cambiando e io ne fossi il centro.
La mia immagine rimaneva uguale ma al posto del riflesso della mia stanza vidi un pavimento lastricato con un tappeto rosso consunto a coprirne gran parte, fumo che formava disegni attorcigliati che proveniva da dei bracieri. 
Cercai di farmi forza e continuare ad osservare perché solo così avrei potuto capire cosa mi era successo anche se avrei voluto chiudere gli occhi e buttarmi a piangere sul cuscino.
Nella finestra sull'altro mondo che era lo specchio vidi la punta di un paio di stivali apparire in un angolo, non riuscivo a vedere chi li indossava, vedevo solo che erano cuoio nero.
Vidi la mia espressione riflessa nello specchio di puro terrore che saliva dalle mie viscere, non mi era chiaro se ero io davvero ad avere quella espressione o solo la mia immagine
Vidi la figura con gli stivali neri fare un passo avanti e mi sentii come perduta, pensai che stessi per svenire, vedevo la paura nel mio volto anche se non potevo sentirla, sentivo invece una sorta di rilassatezza, come quando ci si appresta ad abbandonarsi pochi istanti prima di un ineluttabile evento.
Ora era chiaro, stavo avendo una visione del futuro, doveva per forza essere una forma di veggenza che mi stava avvertendo di qualche tragica situazione da evitare. Avrebbe potuto essere anche follia ma non mi sentivo folle, mi sentivo sempre più consapevole...

Guardavo dallo specchio una camera luminosa e pulita, ero in lacrime, qualche parte di me bruciava ma non sarei in grado di dire dove o perché, pensavo solo che non avrei dovuto trovarmi lì.
Il fumo era denso nei miei respiri affannati, i polsi mi facevano male, erano rigati dalle polsiere in cuoio che li trattenevano, i pochi passi che dividevano il mio carceriere da me echeggiarono come tuono. I miei occhi spalancati e bagnati da lacrime fresche cercavano in quella camera da letto luminosa e pulita. Come avrei voluto essere lì ora.
Apparve per un attimo una donna, una serva era affaccendata a riordinare, aveva l'aspetto maturo e vispo e sebbene non la conoscessi mi sembrava un viso familiare.  Il corpo di un'altra donna mi coprì la visuale dello specchio, stava specchiando la sua schiena, liscia e rosa con delle leggere striature che da lontano potevano sembrare dovute a pieghe lasciate dalle lenzuola.
Sentii come se mi avessero appoggiato un ferro infuocato alla base della schiena e urlai, mi resi conto non avevo sentito sfrigolare né l'odore della carne bruciata, ero stata colpita con qualcosa di flessibile, la frusta,  e non era la prima volta.
Le donne aldilà dello specchio non sentivano i miei lamenti e le mie richieste di aiuto, come potevano sentirle? La donna si ricoprì la schiena e si girò mostrandomi il mio viso con qualche anno di più...





mercoledì 8 giugno 2016

Qualcosa ti disturba?

Il sudore le imperlava la fronte, aveva iniziato a sudare almeno mezz'ora fa anche se in quel momento si allenava già da un'altra mezz'ora.
Aveva iniziato sciogliendo i muscoli, movimenti leggeri, posizioni ed esercizi che li avrebbero distesi e resi pronti a quello che sarebbe venuto dopo. Poi eseguì alcune posizioni dell'arte da combattimento che aveva appreso da bambina. Quando si metteva in posizione di difesa era elegante e orgogliosa, quando compiva il movimento difensivo che la portava verso un ipotetico attacco laterale era fluida,  la lunga coda bionda in cui raccoglieva i capelli per allenarsi si muoveva libera e fluida come lei, assecondava i movimenti e si muoveva in senso opposto come una sorta di contrappeso naturale e involontario.
Non aveva pubblico a guardarla ma non le serviva nemmeno, c'era stato un tempo in cui lo aveva avuto quando era bambina e stava imparando la tecnica allora in tanti ammiravano quanto era portata per questo genere di movimenti eseguiti con stile.
Arrivò il momento delle spade, delle katane ad essere precisi, ne usava due perché lo aveva visto fare da una delle sue eroine di fantasia infantile e aveva sempre pensato che due spade sono meglio di una, se combatti con un avversario che ha una spada una delle due potrà svolgere il ruolo di uno scudo parando gli attacchi e rimanendo comunque più leggera e letale con l'altra. Il ragionamento era diverso quando combattevi contro mazze chiodate o grosse asce ma in quei casi sarebbero stati molto più lenti e impacciati evitando il bisogno di parare con la spada.
Schivata laterale, passo indietro, affondo, girandola mortale a braccia allargate e chiusura in posizione difensiva, bassa sulle ginocchia, una katana di fronte a lei come fosse una barriera e quella di destra dietro, sollevata alta, pronta a disegnare un arco tagliente.
Sentiva le impugnature calde e umide da quanto le stringeva e si ricordò suo Padre che le diceva "Gli uomini sudano, le donne traspirano", una goccia di traspirazione cadde sul pavimento.
Lasciò cadere le armi sul pavimento, il rumore metallico quasi musicale delle lame erano come una campana di fine allenamento. Sì asciugò la fronte, prese alcuni respiri, poi cominciò di nuovo. Tra passi di rincorsa e poi una ruota,rondata, flic e salto mortale uno di seguito all'altro senza soluzione di continuità. Non era ancora in piedi stabile che le mani erano già arrivate alla cintura nella zona dei reni. Afferrò i due manici che sporgevano appena con la naturalezza con cui si aggiusta i capelli e due coltelli vennero lanciati un istante dopo sulla tavola di legno che aveva appeso al muro come bersaglio. Uno colpì duro e si infilò con la punta nel legno di almeno due dita nella posizione in cui poteva essere il cuore di quel profilo di persona che aveva disegnato svogliatamente solo per avere un avversario a cui pensare.
L'altro battè dove si poteva trovare l'occhio destro ma arrivò sbilanciato, se il bersaglio fosse stato di carne avrebbe comunque arrecato un bel danno ma su quel legno l'unico risultato fu un rumore sordo prima di cadere per terra.
Come un riflesso spontaneo una smorfia le increspò il profilo del naso e i suoi occhi si chiusero un poco.
Perché lo faceva ogni giorno? Quanto poteva diventare più brava o precisa? Se anche un giorno avesse fatto tutto perfettamente avrebbe potuto smetterla e sentirsi sicura o avrebbe avuto il dubbio che era solo un caso fare un errore o non farlo? Essere vivi o non esserlo? Quale differenza avrebbe fatto?
Erano passate quasi due ore quando decise di aver finito per quella giornata, si asciugò con un panno faccia, collo, braccia, ascelle. Prese due lunghi sorsi di acqua da una borraccia e si asciugò ancora
Ripose le armi da allenamento nel loro spazio a muro e sistemò quello che era fuori posto nella sua palestra.
Lo scantinato in cui si trovava aveva finestrelle piccole rettangolari poste su due lati contigui, in uno dei due lati più corti c'era la porta di entrata con le scale che conducevano all'esterno e sull altro per metà c'erano accatastate ogni genere di cose utili e inutili proprio come in una cantina qualunque, era come se avesse fatto scorte pensando di rimanere da sola per molti anni anche se per metà erano cianfrusaglie che aveva accatastato da quello che la cantina conteneva per farsi lo spazio per la sua palestra.

Quando uscì il sole stava scendendo verso l'orizzonte ma non era ancora basso, non si incominciava nemmeno a vedere i colori del tramonto.  Il silenzio e la desolazione che poteva vedere attorno a sè era interrotto da dei passi leggeri e un lieve ansimare.
Lei sorrise accarezzando la testa di un cane lupo, nero dal pelo liscio che le era venuto vicino non appena era uscita all'aria aperta. Un vecchio che conosceva diceva che era un pastore belga ma da quanto ne sapeva lei avrebbe dovuto avere il pelo più lungo per esserlo, probabilmente era un bastardo, ma quanti non lo erano nati o diventati in questo mondo?
Versò un po' d'acuqa in mano e lasciò che l'animale la leccasse via, ripetè l'operazione per tre volte poi chiuse la borraccia quasi vuota asciugandosi la mano sui pantaloni di una consunta divisa militare.
Il cane drizzò le orecchie e la testa, poi si girò a guardare verso la porta che dava sulle scale dello scantinato.
" Andiamo" disse senza aspettare risposta che invece arrivò, non un abbaio singolo di assenso ma un ringhio che diventò subito un latrato.
Lei si girò a guardare nella stessa direzione inarcando un sopracciglio "Cosa ti prende?"
Pensò che sarebbe dovuta scendere per assicurarsi che non ci fosse nessuno ma era appena salita da lì dopo più di due ore e non aveva sentito nessun rumore sospetto nemmeno quello dei topi.
"Lo sai che mi fido di te ma ho chiuso tutto e non c'era nessuno...vieni andiamo"  aveva fatto qualche passo e si era girata per vedere se l'avesse convinto.
Il cane la guardò con un'espressione che lei immaginò come sorpresa, forse voleva dirgli "Come non lo senti anche tu?" per un ultima volta mostrò il suo dissenso abbaiando poi chinò la testa ad annusare il terreno e le si mise al fianco sinistro.
Camminarono sulla strada polverosa che conduceva a sud, il sole proiettava le loro ombre lunghe sulla sinistra fondendole in uno strano centauro a 6 gambe.
Un'ora dopo era attorno al fuoco che aveva acceso, il suo cane era sdraiato sulla pancia, la testa era sollevata e la teneva d'occhio, le fauci producevano la salivazione dell'attesa consapevole di un pasto che sta per arrivare.  Lei girava del riso in un pentolino e gli sorrideva, l'aveva tolto dal fuoco per farlo raffreddare per lui più che per lei.
Ne versò un po'in una scodella di metallo che era poco più di una tazza da the quando il cane cominciò a saltellare felice e ad alzarsi sulle zampe posteriori mentre lei teneva in alto la tazza
"Questo è per me, stai giù"
Diede al cane la pentola che ne conteneva almeno il doppio di quello che si era riservata, lui si buttò sul cibo famelico come se avesse fretta. Mangiarono insieme attorno al fuoco ma prima che avessero finito il cane sollevò il muso dalla pentola e ringhiò.
"Cosa hai sentito? Qualcosa ti disturba?"
Parlò divertita fingendo indifferenza ma la sua mano destra aveva lasciato il cucchiaio e aveva già raggiunto il manico del pugnale infilato nello stivale.
L'animale riportò il muso nella pentola continuando quello che aveva interrotto.
La ragazza vide un lampo bianco e non sentì il cane quando iniziò ad abbaiare, non sentì nemmeno il rumore dello sparo,  il proiettile le passò dalla nuca alla fronte...se fosse stata viva non lo sarebbe più ma per sua fortuna questa non era la sua vita.



mercoledì 9 marzo 2016

Incipit: La parte migliore


Il sole non era ancora alto quando si era messo in viaggio ed era pallido come accade nelle settimane che precedono la primavera, non era strano, tutto era ordinario, quotidiano anche trovarsi sulla strada di quella carovana. Su quella strada quasi ogni giorno aveva percorso più kilometri tra i pensieri che quelli battuti, aveva suonato musica, aveva immaginato la sua vita futura, aveva ragionato sui problemi. I suoi pensieri su quella strada non erano mai fermi e tra tutto quello che può pensare un uomo che si avvicinava alla mezza età c'erano le battaglie vissute, la sera prima, le notti precedenti per anni interi della sua vita.
Ricordava gli elfi e le loro splendide città integrate nella natura da essere poco più che tronchi scavati e grotte naturali.
Ricordava i maghi che aveva incontrato, da quelli che erano poco più di prestigiatori a quelli che dominavano le forze naturali, il tempo e lo spazio.
Ricordava tanti amici con cui aveva vissuto, affrontato sfide, versato sangue, pregato per loro, dalla nobile dama che lo faceva sentire umano al bizzarro lord dal carattere infiammabile come il colore dei suoi capelli.
Ricordava Lei, l'unica tra tante, l'amata mai amata. Poche volte aveva concesso il suo cuore, il suo onore e i suoi sentimenti. Certo sua moglie era la prima e quella che aveva avuto di più da lui, con nessun'altra avrebbe mai potuto superare tutti gli ostacoli del viaggio e anche gli alti e bassi della vita. Ma Lei era qualcosa di diverso, aveva incontrato altre come lei nelle sue avventure, per molte di queste nutriva uno spirito di protezione cavalleresco, per alcune rischiò la vita e la morte, ma solo Lei continuava a tornare nei suoi pensieri. Ricordava tutto, dalla prima volta che l'aveva sentita suonare, come le aveva scaldato il cuore turbato e l'animo ferito dalla collera. Non fece a meno di pensare alla luce brillante dei suoi occhi, alla fiducia che sentiva di concederle pienamente ancor prima che potessero conoscersi. Ricordò il loro ultimo incontro quel bacio tanto atteso, quei sorrisi complici come due minorenni che imparano a baciarsi, quel senso di sollievo e di pace, di obiettivo raggiunto.
Pensò a quante parole si scrissero prima e dopo e a come tutta la giornata diventasse migliore quando leggendo sue notizie ogni volta era consapevole che in qualche angolo di mondo c'era una persona in sintonia con Lui, ma non una normale sintonia come quella di due fidanzati o di due amanti.
La sintonia che c'è nella natura, la sintonia che c'è in un bosco in cui piante diverse crescono insieme, vicine, una sopra l'altra. La sintonia che c'è nell'alternanza tra luna e sole, quella che c'è tra la pioggia e il terreno.
Arrivò alla destinazione del suo viaggio senza nemmeno comprendere quanto tempo era passato da quando aveva lasciato le coltri del suo letto.
Parcheggiò la sua auto, aprì la portiera e scendendo dovette spostare la spada legata alla cintura sul suo lato destro per evitare che rimanesse incastrata.
Guardò in su verso l'alta costruzione a specchi che era il palazzo in cui lavorava, premette sicuro il tasto sulle chiavi e le frecce dell'auto fecero un lampeggio come fosse lo sbuffo di un cavallo che approva di essere lasciato a riposare. Se fosse stato più caldo avrebbe indossato il mantello, si piaceva con il mantello addosso, gli dava un tono ancora più autoritario e sicuro, ma non era uno che preferiva avere brividi solo per il gusto di apparire.
Rovistò con la mano destra nella tasca interna del suo giubbotto ed estrasse l'ultimo messaggio che Lei le aveva mandato, le parole scaldavano il cuore e gli facevano pensare che la vita passata a cambiare il mondo non era stata sprecata come se avesse seminato nel deserto.
"Quello che vediamo ogni mattina allo specchio ripaga da amarezza e rabbia."
Schiacciò il tasto e lo smartphone si spense rimanendo in standby, tirò un sospiro che fece nascere un sorriso felice e amaro prima di avviarsi con passo deciso e sguardo fiero verso le porte di vetro che si aprirono al suo passaggio come quelle incantate dei racconti.





venerdì 3 ottobre 2008

Scaglie di Drago

Ecco un racconto che celebra un momento emozionante vissuto per gioco. Un momento condiviso con persone incontrate online e con cui sento un legame nato dal piacere di vivere un'altra vita, virtuale, eroica e avventurosa.
Auguriamo Fortuna e Gloria a chi ha partecipato a questo momento..ed ora entriamo nel sogno.

C'era un tempo in cui dei cuccioli di drago erano prede difficili, troppo forti e rapidi per il Cacciatore che voleva le loro pelli per costruirsi un'armatura bella e possente. Da quel giorno il Cacciatore ha esplorato molti territori che non conosceva è stato in posti dove quelli della sua razza non sono desiderati, ha raccolto le pelli della razza di Sangue di Drago dove la terra scottava sotto i piedi. E' diventato un abile artigiano e si è creato un'armatura Nera come le scaglie delle creature che incontrava.

Con gli amici, i compagni e i fratelli che aveva incontrato nel suo cammino è sceso nelle profondità di Azeroth dove il calore sostituisce l'aria e il fuoco il terreno. Con le protezioni che si era creato resisteva alla morte certa data prima dal Fuoco poi dal suo Signore incontrastato.

Era pronto per ciò per cui era nato...quando giocava con alcuni dei compagni più cari non riusciva a tendere l'arco per far male e la sua risposta era Non uccido gli Alleati, io vado a caccia di Draghi!

La Madre di tutti i Draghi fu il primo loro obiettivo e Lei fiera e imprevedibile ha combattuto con rispetto più volte il Cacciatore e i Valorosi con cui si accompagnava.

Una sera, compiuto il suo dovere sul fianco destro della Regina dei Draghi trovò un elmo che raffigurava uno di loro, un drago ancora più antico. I Valorosi scelsero che Lui poteva portarlo sulla testa con Onore e così fece, da quel momento nessun'altra protezione sfiorò i suoi capelli.

Passarono mesi in cui i Valorosi vennero divisi, separati, spaccati...gli amici diventarono nemici, i fratelli si lasciarono l'un l'altro con promesse o rancori.

Quei mesi che meriterebbero un poema a parte servirono ai Luminosi di non disperdersi su altri mondi o in altri gruppi. Giorni che faticavano ad arrivare al tramonto e giorni in cui non sapevi se casa tua il giorno dopo sarebbe stata ancora in piedi.

In un momento in cui tutto sembrava perduto, quando anche chi aveva giurato dimenticò le parole spese, i Luminosi si strinsero ricordando l'Onore di essere Valorosi. Era come essere caduti da un impervio sentiero di montagna, e rotolati giù. La strada da percorrere era ben nota, ma le forze disponibili non sufficienti.

Gli umani, se hanno una cosa da cui anche gli elfi imparano è la collaborazione, riescono a costruire opere immense quando lavorano insieme, Stormwind è solo un esempio, così i Kaldorei rimasti insieme agli uomini Coraggiosi, ai geniali Gnomi e i sinceri Nani iniziarono la ricostruzione di quella che era la loro casa.

I mattoni vennero ricavati dall'Amicizia la calce che li tiene uniti da Onestà e Altruismo.

In pochi credevano nei Luminosi a parte loro stessi, ma soli tornarono nella casa del serpente alato, nelle caverne degli elementali, nell'antro della Signora tra i Draghi.

Quando fai parte dell'Alleanza non ti aspetti di essere da solo, così da ogni popolo si radunarono nuovi eroi, più giovani per esperienza con meno passato con cui fare i conti.

Lo Spirito dei Luminosi investì ogni persona, degli amici persi lungo la Via alcuni ritornarono, le gesta di quegli eroi venivano cantate nelle grandi città Alleate.

Altri difensori dell'Alleanza che cercavano collaborazione per affrontare sfide più alte si trovarono al tavolo della locanda di Ironforge per stipulare un trattato. L'uomo che guida ora i Luminosi sa che quando erano Valorosi questo genere di trattati ha portato sempre grosse sventure e tradimenti, ma gli uomini collaborano.

Una nuova alleanza all'interno dell'Alleanza era nata, per la terza volta quella Gilda si trovava a dover scegliere, dividere i suoi componenti per formare un gruppo con i Campioni dell'altra.

Iniziarono gli incontri portando con sè le nubi che precedono la tempesta, ogni vaticinio era inutile, il futuro in quel momento non si era ancora formato.

Una sera come altre un messaggero comunicò al Cacciatore e ad altri di loro che sarebbero andati nel covo dell'Antico Padre di tutti i Draghi, l'essere più potente della sua razza, il Drago che imprigionò Vaelastrasz anziano amico del popolo di Nordrassil.

I Luminosi risposero alla chiamata e insieme agli alleati poterono riversare mesi di rabbia e dolore in ognuno dei comandanti dell'immortale Drago Nero.

Gli avversari letali come poche altre creature conosciute su tutta Azeroth cadevano ai loro piedi.

Armi e armature vennero più volte bagnate nel sangue di drago, nuovo Vigore e nuova Fiducia crebbe in quelli che agli occhi di tutti rimangono uomini, Nani, Gnomi ed elfi che popolano il mondo, ma che per il volere degli Dei avevano tra loro così tante differenze da essere completi.

Vedere quell'uomo seduto sul trono nella stanza più importante della fortezza non metteva la stessa paura dei racconti su di Lui. La confusione creata dalle sue guardie scelte però si aggiunse al terrore generato dalla sua trasformazione in Nefarian il Signore di tutti i Draghi, Fratello e sposo di Onyxia Regina tra i Sangue di Drago.

Gli scontri furono diversi e tutti mortali, ma i Luminosi che si sentivano ancora una volta Valorosi erano spinti dall'ardore di vedere il loro più grande nemico alla loro portata.

Un guerriero coraggioso guidava quelle poche decine di eroi contro il Drago, tutti erano ai suoi comandi, tutto sembrava andare per il meglio, lo scontro finale era cominciato.

Anche il guerriero più potente, anche Illidan Stormrage, ha un punto debole e Nefarian non è un avversario qualunque; il mantello che ognuno di loro indossava fatto con le scaglie della sposa del Drago li proteggeva, ma non li rendeva invulnerabili. Fu così che l'AlaNera affondò il loro comandante. Il Cacciatore, come molti dei suoi Fratelli, in quegli istanti visse passato presente e futuro in un unico attimo.

Non so dirVi da quale di questi tre momenti si è alzato un uomo il cui Coraggio non ha mai vacillato agli occhi di chi lo ha osservato, un Eroe che ha sempre voltato pagina dopo una sconfitta senza abbandonare il suo posto là davanti controvento, Il guerriero che ti viene in mente quando pensi a cosa significa quella parola.

Quelli ancora vivi che guardavano il Drago avevano già abbandonato ogni speranza, cercavano un posto dove nascondersi dal suo attacco. Tutti tranne Lui. Sfidò Nefarian senza timore, e non solo, lo sfidò con Onore e Coraggio, mostrando una Fiducia senza confini per i suoi Fratelli.

Solo i bardi di Darnassus troverebbero un modo adeguato per descrivere quel momento, ma anche Voi potete immaginare cosa possono aver sentito quelli che hanno combattuto con Lui da sempre.

Stiamo per aprire uno degli antichi portali per esplorare le Terre Esterne, ma in quelle conosciute non esiste avversario che avrebbe potuto resistere al loro attacco. Un attacco che arrivava con lame e dardi da tempo conservati per questo momento, forgiati dall'Amicizia, intinti nell'Onestà e nell'Altruismo.

Tutto quello che accadde dopo resterà nel cuore dei presenti, la felicità e le emozioni non si possono ridurre a parole.

Il ricco bottino venne diviso tra tutti e il Cacciatore di Draghi conosciuto per essere un Cavaliere di Elune ricevette una nuova armatura che non avrebbe mai potuto creare con le sue mani neanche con tutte le scaglie del mondo.

Bagnata dal Sangue di Nefarian quell'armatura sarà per Lui il Simbolo di ciò che è stato e di quello che sarà.

Per ultimo lasciò il luogo dello scontro temendo che quanto accaduto potesse rivelarsi un sogno andandosene via, confortato dalle parole di un amico prima che un elfo, di un saggio prima che un Druido del Cenarion, un degno successore di Malfurion, trovarono il tempo di un preghiera per quelli che li avevano accompagnati durante il viaggio.

I nomi di quelli che hanno segnato quel gruppo, la lista delle persone che con Onore sono state al loro fianco era infinita, ma in cuor loro i due elfi sapevano che ogni persona che incontri cambia il tuo destino e per questo erano loro grati.

Le ultime parole del Cacciatore furono Ed ora?

Ed ora andiamo a casa amico mio disse il Druido.